Gelate tardive, come prevenirle e gli strumenti di difesa

gelate tardive
Le ultime evidenze in fatto di prevenzione e gestione delle gelate tardive messe a disposizione dei frutticoltori con il progetto di divulgazione Green Coriortofruit

Interpretazione dei modelli meteorologici e indicazioni per l’impiego ottimale dei sistemi di difesa. Il progetto di divulgazione Green Coriortofruit – finanziato dalla Regione Piemonte - punta sulla prevenzione delle gelate tardive primaverili, mettendo a disposizione dei frutticoltori di Cuneese e Torinese gli ultimi ritrovati delle ricerche condotte da Fondazione Agrion, Settore fitosanitatio regionale e Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari (Disafa) dell’Università di Torino.

Due tipi di gelate

«Le gelate possono essere di due tipi: da avvezione o da irraggiamento – ha spiegato Claudio Cassardo, docente di Fisica dell’atmosfera e del clima presso l’Università di Torino –. La prima tipologia è riconducibile all’azione di masse d’aria fredda. Gli eventi della seconda categoria, invece, si verificano nelle ore notturne e sono imputabili alla cessione di calore da parte del terreno, sotto forma di radiazione infrarossa. Questo processo determina il raffreddamento delle masse d’aria prossime al suolo, per effetto della conduzione di calore, con possibile formazione di ghiaccio sulla vegetazione in caso di temperature sottozero».

A livello statistico le gelate da avvezione, sono rare in Piemonte, riconducibili a fenomeni di macroscala, come «l’irruzione nella Pianura padana, attraverso la porta della Bora, di masse d’aria provenienti da un’area compresa fra Russia, Ucraina e Bulgaria». I venti di tramontana, provenienti da Nord, invece, di rado portano temperature rigide: «Lo svalicamento delle Alpi produce una compressione dell’aria che scalda la massa in transito provocando un effetto simile al Foehn. Inoltre, il rischio di gelate è ridotto perché la discesa di questi venti dalle Alpi li rende secchi. Quelli provenienti da Sud, infine, sono caldi in partenza», ha proseguito Cassardo.

Non sono da sottovalutare, però, fenomeni ventosi che si originano su una scala più ridotta: è il caso dello scivolamento a valle di masse d’aria «prodotte dal raffreddamento dei versanti, specie se innevati. Una situazione che trova riscontro soprattutto nel Cuneese, dove i rovesci a carattere nevoso sono ancora diffusi a quote collinari».

Le gelate da irraggiamento sono più frequenti nel Piemonte meridionale, favorite dalla morfologia del suolo: «Il territorio montuoso o collinare agevola la formazione di cuscinetti di aria fredda – più pesante per un fatto fisico – che ristagnano nelle conche. Un fenomeno che, nel Cuneese – a differenza del Torinese – non viene ridimensionato nemmeno dall’arrivo di venti caldi dalla Liguria, che non riescono a penetrare nelle formazioni: l’aria calda semplicemente scivola al di sopra», ha spiegato Cassardo.

I mutamenti climatici contribuiscono a complicare il quadro generale: «Il riscaldamento medio della stagione fredda anticipa le fasi fenologiche delle piante – due settimane nel caso della vite – accrescendo i rischi di gelate perché avvicina l’avvio del ciclo vegetativo all’inverno quando la probabilità di eventi dannosi è maggiore», precisa il docente.

I limiti delle previsioni meteo

Il ricorso alle previsioni meteo, sempre più diffuso grazie alle applicazioni accessibili online, non è esente da problematiche che possono ridurre l’attendibilità dei dati sui quali basare le strategie di contrasto. «Il limite principale è dato dalla scala dei modelli previsionali – solitamente non inferiore ai dieci chilometri – che supera quella degli appezzamenti, per i quali si parla, invece, di centinaia, se non di decine di metri». I calcoli, basati sui parametri meteorologici rilevati da una serie di strutture al suolo, non illustrano in modo sufficientemente dettagliato le dinamiche che interessano superfici ridotte. «Ci sono rischi concreti che il modello non “veda” un'avvallamento oppure sovrastimi la temperatura di alcuni gradi, con effetti negativi», ha avvertito Cassardo.

Un rischio che si può contenere «confrontando i dati di più modelli per ricavare una media fra gli indicatori numerici e ottenere informazioni più attendibili». Un passaggio preliminare, da integrare con la verifica in campo, «per avere statistiche personalizzate e valutare il livello di accuratezza del modello, correggendo in futuro le imprecisioni delle stime», prosegue il docente di Unito. I parametri da considerare sono «temperatura, umidità e vento che, assieme alle precipitazioni, può alterare la probabilità di gelate». Ultimo aspetto da tenere in considerazione è la validità delle previsioni: «La finestra è limitata a un arco cronologico compreso fra i 2 e i 4 giorni, mentre oltre i 7 si può evitare di guardarle», conclude il docente.

Monitorare i frutteti per prevedere le gelate

La previsione delle gelate tardive affianca ai modelli meteorologici metodi empirici, applicati, in frutteto, con una rete di termometri. «Accanto agli esemplari a bulbo secco – che misurano la temperatura dell’aria – sono fondamentali quelli a bulbo umido, capaci di valutare il parametro in rapporto all’umidità e di fornire indicazioni sulla situazione delle piante», ha piegato Luca Nari, coordinatore dei tecnici frutticoli di Fondazione Agrion, coinvolto nelle attività di divulgazione del progetto Green CoriOrtofrut.

«La tabella psicrometrica – messa a punto in Francia dal Ctifl e ampiamente utilizzata - consente di incrociare i dati delle misurazioni ottenendo dei marcatori che indicano la probabilità di una gelata, a poche ore di distanza dall’evento previsto. Si tratta degli stessi parametri analizzati dalle capannine meteo». Valutare la sensibilità delle specie frutticole, nelle diverse alle fasi fenologiche, inoltre, «è importante per determinare la soglia critica e il rischio di danni», ha precisato Nari.

gelate tardiveI sistemi antibrina

Le considerazioni sull’efficacia dei sistemi antibrina si basano sui rilievi condotti dai tecnici Agrion e da quelli del coordinamento frutticolo dopo la gelata dell’8 aprile 2021 nel Cuneese. «Si trattò di un evento di avvezione, la tipologia più pericolosa con picchi fra i -7 e i -6 gradi centigradi che determinarono la perdita pressoché totale dei raccolti frutticoli a eccezione delle mele», ha proseguito Nari. Le stime dei danni, valutati in alcuni appezzamenti coltivati ad actinidia e susino in frazione Boschetti, nel comune di Fossano, hanno fornito indicazioni utili.

«I sistemi che utilizzano l’acqua sono i più efficienti perché funzionano sia contro gli eventi da avvezione che da irraggiamento». Gli impianti soprachioma garantiscono una maggiore copertura, «la reazione di congelamento, innescata dall’acqua aspersa sui vegetali, libera calore e fa sì che la temperatura delle piante non scenda al di sotto dello zero». I rilievi in campo, nel 2021, avevano evidenziato l'assenza di danni, con una produzione di 270 quintali di kiwi a ettaro, contro la perdita totale del prodotto nelle parcelle dove non erano presenti impianti antibrina. Nei frutteti a susino la percentuale si era attestata attorno al 15 per cento.

I costi di realizzazione contenuti – fra o 5 e i 6 mila euro per ettaro, escluso il sistema di pompaggio – sono un ulteriore punto di forza dei sistemi soprachioma. Il dispendio di acqua è la principale criticità riscontrata: 45 metri cubi l’ora per ettaro, «volumi che richiedono abbondante disponibilità idrica a livello aziendale associata a ottime capacità drenanti dei suoli», spiega Nari. Gli irrigatori, inoltre, «devono essere tarati per compiere una rotazione completa in un lasso di tempo compreso fra i 30 e i 60 secondi e vanno installati a distanze corrette». L’azione del vento, tuttavia, «può ridurre il livello di copertura della vegetazione con possibilità di danni».

L’impiego di impianti sottochioma, utilizzati d’estate per l’irrigazione, offre minori garanzie, specie nel caso di eventi da avvezione. «Il principio di funzionamento è lo stesso ma l’irrorazione interessa il terreno e non le piante. Per accrescere l’efficacia si possono eseguire irrigazioni preventive, aumentando l’umidità per liberare maggiore calore, oppure lasciare residui di potatura o erba per accrescere la superficie sottoposta a congelamento». La spesa per l’installazione è più elevata rispetto agli irrigatori soprachioma – fra i 10 e i 12 mila euro l’ettaro – e i consumi idrici «raggiungono i 50 metri cubi l’ora per ettaro».

La temperatura è il principale limite dei miscelatori d’aria, «poco efficaci se si supera la soglia dei -4 gradi centigradi», riprende Nari. Le valutazioni dopo la gelata del 2021, con picchi fra i -5.9 e i -6,4 gradi nei frutteti di Fossano analizzati dai tecnici Agrion, avevano evidenziato la perdita del 65 per cento della produzione su kiwi; valori inferiori – 42 per cento – nel caso dei susini. Le ventole, installate su torri alte 11 metri, «spingono l’aria calda verso il terreno. Ciascuna riesce a coprire, se si è valutata correttamente la direzione del vento prima della messa in opera, una superficie di 3-4 ettari: l’affiancamento di più macchine a formare batterie migliora l’efficacia». Questa è tuttavia limitata contro gli eventi da avvezione; i costi di installazione, infine, sono elevati: fra i 45 e i 60mila euro per esemplare.

Gli insuccessi dei sistemi antibrina possono dipendere da fattori non strettamente legati al meteo. «Malfunzionamenti e anomalie tecniche che potrebbero essere individuate provando gli impianti nei giorni precedenti le gelate». Le tempistiche di accensione possono fare la differenza: «I dispositivi che usano l’acqua devono essere attivati con temperature non inferiori ai +0.5 gradi, nel caso di miscelatori di aria  e generatori di calore ci si può spingere a -0.5-0 °C  rilevati dai termometri a bulbo umido. I dispositivi vanno mantenuti in funzione fino al superamento dei 2 gradi. Nel caso degli impianti ad acqua è consigliabile protrarre l’azione fino allo scioglimento dello strato di ghiaccio presente sulla vegetazione», ha continuato Nari.

I generatori di calore

Limiti analoghi si riscontrano anche nel caso dei generatori di calore: le candele di paraffina sono i più diffusi. «Il numero minimo di dispositivi per ettaro, 300, impedisce l’impiego su superfici molto ampie, assieme alla durata, che non supera le 12 ore», ha proseguito Nari. La possibilità di modulare le accensioni in base alle condizioni meteo, invece, è uno dei punti forza: «Si può iniziare con i generatori sui margini degli appezzamenti per intensificare l’azione in caso di peggioramento delle condizioni o, viceversa, spegnere le candele in caso di miglioramento. L’accensione a file alterne, inoltre, è un’altra opzione per velocizzare l’inizio dell’azione di riscaldamento, da completare con le file mancanti. I costi di gestione sono accresciuti dalle spese per la manodopera».

L’associazione a miscelatori d’aria può accrescere l’effetto preventivo: «Il calore generato viene trattenuto dall’azione delle ventole. Per evitare la dispersione si possono anche sfruttare le reti antigrandine». Dispositivi alimentati a pellet e termonebbiogeni sono alcune delle alternative in via di sperimentazione: i primi, «sono più economici ma non possono essere spenti, una volta incendiati. I secondi sfruttano il fumo per intrappolare calore, ma possono creare problemi specie se impiegati nelle vicinanze di strade o centri abitati» ha concluso Nari.

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