Melograno, quali prospettive per questa antica coltura riproposta in chiave intensiva?

    Tecnica colturale, difesa fitosanitaria, scelta varietale e mercato al centro di un webinar organizzato da Arptra e Fruit Communication

    Il melograno è una coltura tradizionale per il Mezzogiorno e in particolare per la Puglia, ma da alcuni anni ha trovato nuova vitalità nella coltivazione in impianti intensivi. Si tratta di un fuoco di paglia oppure esistono solide prospettive per questa coltura? A questa domanda ha voluto offrire risposte un focus organizzato da Arptra e Fruit Communication. E si tratta di risposte positive, pur con le dovute cautele e raccomandazioni.

     

    Motivi socioeconomici e agronomici alla base del successo del melograno

    Domenico Annicchiarico, agronomo di Floema Mediterranean Agronomic Consulting

    «I motivi del recente successo del melograno sono sia socioeconomici sia agronomici – ha introdotto Domenico Annicchiarico, agronomo di Floema Mediterranean Agronomic Consulting di Grottaglie (Ta) particolarmente esperto di questa coltura arborea –.

     

     

    Fra i primi il riconoscimento delle proprietà nutraceutiche dei suoi frutti, l’incremento dell’uso come prodotto trasformato, i remunerativi prezzi di vendita. Fra i secondi il miglioramento delle tecniche colturali, la diffusione di cultivar più produttive e attraenti, la precoce entrata in produzione.

    Il melograno è perciò un tesoro da valorizzare. Per realizzare un buon melograneto occorre conoscerne le esigenze pedoclimatiche. Il melograno richiede inverni miti ed estati calde, suoli limoso-argillosi profondi e ben drenati, suoli con buona umidità e buona ritenzione dei nutrienti, pH del suolo compreso fra 6,5 e 7,5. Teme invece alta piovosità, elevata umidità relativa, vento, gelate tardive, sbilanci idrici».

    Il sistema colturale intensivo, ha illustrato Annicchiarico, poggia sui seguenti criteri: attenta sistemazione del suolo, con baulatura, gestione del suolo con pacciamatura del filare, sesto di impianto di 6 x 3,5 m che porta a una densità di impianto di 480 piante/ha, forma di allevamento a vaso e struttura di sostegno a Y trasversale».

     

    Le difficoltà e i segreti di un’attenta gestione fitosanitaria

    Chiara Vacca, agronoma di Floema Mediterranean Agronomic Consulting

    La cura di un melograneto intensivo non può prescindere da un’attenta gestione fitosanitaria, ha poi sostenuto Chiara Vacca, agronoma di Floema Mediterranean Agronomic Consulting.

    «Premetto che i frutti del melograno possono subire danni da abrasioni e ferite, da grandine, da spaccatura (o cracking), da scottatura dei frutti (o sunburn).

    A parte questo, sottolineo che la protezione integrata del melograno presenta ancora degli ostacoli, cioè ridotta quantità di presidi fitosanitari registrati, mancanza di interesse da parte delle aziende chimiche a estendere le etichette, particolare attenzione per i residui dei prodotti in deroga, ostacoli che richiedono la continua necessità di deroghe».

    Numerosi sono i fitofagi che causano danni al melograno, ha ricordato Vacca: Aphis punicae, Planococcus citri, Ceratitis capitata, Zeuzera pyrina, Cryptoblabes gnidiella, Aceria granati.

    E tra i patogeni: Botrytis cinerea, agente della muffa grigia, Alternaria sp., agenti del “cuore nero” dei frutti, Erysiphe sp., agenti dell’oidio, e Coniella granati, agente del marciume dei frutti e dei cancri a livello del fusto.

    «Per la corretta gestione fitosanitaria del melograneto occorre: monitorare in continuazione l’incidenza di fitofagi e patogeni, approfondendo lo studio della loro biologia ed epidemiologia; condurre una oculata gestione agronomica globale dell’impianto; incentivare la sperimentazione di agrofarmaci per la protezione fitosanitaria; promuovere la certificazione del materiale vivaistico; promuovere la consulenza tecnica di campo per l’applicazione di idonee tecniche di produzione e protezione».

     

    Quale varietà coltivare? Occorre fare una scelta meditata

    Ferdinando Cossio, Plant breeder, già direttore dell’Istituto sperimentale per la frutticoltura di Verona

    Il frutticoltore che voglia coltivare il melograno su quale varietà deve puntare fra le tante disponibili? In tutto il mondo sono state classificate più di 1.000 varietà di melograno, ma attualmente l’interesse è orientato solo su pochissime, nonostante si stiano conducendo molte sperimentazioni, ha informato Ferdinando Cossio, Plant breeder, già direttore dell’Istituto sperimentale per la frutticoltura di Verona.

    «Nei Paesi di lunga tradizione (Iran, India, Armenia, Azerbaigian, Turchia, Spagna, ecc.) si continuano a coltivare principalmente le varietà locali, mentre negli Stati Uniti, nei Paesi del Sud America (Cile, Argentina, Perù, Uruguay) e in altri a noi più vicini, Israele e Grecia, si sta diffondendo la varietà americana agrodolce Wonderful, che è diventata lo standard di riferimento internazionale ma non tutti i consumatori apprezzano.

    La scelta delle varietà di melograno deve tener conto di molti fattori: l’uso che si vuol fare della pianta, l’impiego del frutto, il gusto che si desidera, il colore del succo, l’ambiente in cui si vuole coltivare, il destino del prodotto, la necessità o meno di conservazione e la disponibilità di strutture di refrigerazione, il periodo preferito per la raccolta, il sistema di coltivazione che si vuole adottare».

    Solo dopo aver chiaramente stabilito che cosa si vuole dalla coltura, ha raccomandato Scalise, «si potrà fare una scelta mirata, tenendo però conto che c’è poca esperienza, visto che le nuove varietà non sono state ancora sufficientemente sperimentate nei diversi ambienti pedoclimatici».

     

    Mercato affollato ma dalle potenzialità molto significative

    Claudio Scalise, direttore di SGMarketing Food Strategy di Bologna

    Il mercato del melograno si è affollato in questi ultimi anni, ma le sue potenzialità sono molto significative, ha poi spiegato Claudio Scalise, direttore di SGMarketing Food Strategy di Bologna.

    «La strategia di valorizzazione della melagrana italiana deve puntare da un lato a valorizzare l’“origine Italia” e dall’altro a differenziare l’offerta in prima gamma, arilli, succo fresco, confetture, ecc.

    Ma deve anche mirare a una comunicazione più attenta per enfatizzare le valenze salutistiche anche attraverso un accreditamento dei claim salutistici utilizzabili, sviluppare una politica di marca e differenziazione rispetto ai competitor interni e internazionali, valorizzare la filiera integrata di produzione e la sicurezza alimentare della produzione italiana.

    È inoltre importante promuovere la melagrana italiana: supportando il prodotto sul punto vendita con suggerimenti d’uso e sviluppando politiche di co-marketing con altri partner (IV gamma per insalate/confetture di alta gamma/agrumi&mele per spremute, ecc.)».

    Per quanto riguarda i rapporti con la distribuzione, ha aggiunto Scalise, «ecco i miei consigli: 1. sviluppare partnership con distributori della Gdo che credono nel prodotto e sono disponibili a dare spazio e visibilità alla melagrana; 2. sviluppare una rete di vendita sul canale tradizionale (Normal trade, Horeca) per coinvolgere i punti vendita specializzati nella fascia alta di gamma, i bar vegetariani e la piccola ristorazione per estratti, spremute e centrifugati, le piattaforme di e-commerce che si sviluppano nelle città».

    Melograno, quali prospettive per questa antica coltura riproposta in chiave intensiva? - Ultima modifica: 2020-07-01T23:01:07+02:00 da Giuseppe Sportelli

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