Il climate change può essere mitigato dai sistemi foraggeri

sistemi foraggeri
Veduta aerea della Fattoria Rossi di Montecavolo di Quattro Castella (Re)
Grazie alle minori emissioni di gas serra e al maggiore stoccaggio di carbonio nel suolo. Lo dimostra il progetto europeo “forage4climate” coordinato dal Crpa di Reggio Emilia.

Finanziato dall’Unione europea nell’ambito del Programma Life + Climate Change Mitigation project (Life15 CCM/IT/000039) per 4 anni a partire da settembre 2016, il progetto Forage4Climate ha l’obiettivo di contribuire a diffondere un’applicazione solida e trasparente della contabilizzazione delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra (ghg) risultanti da attività di uso del suolo, per i sistemi foraggeri che caratterizzano due macro aree climatiche europee: continentale per il latte vaccino, mediterranea per il latte ovino e caprino.

Infatti, se da una parte la fase di allevamento contribuisce in modo sensibile alla produzione di metano (CH4), soprattutto dalle fermentazioni enteriche, e protossido di azoto (N2O) e CH4, dalla gestione e dallo stoccaggio delle deiezioni, dall’altra il sequestro del carbonio in forma organica nel suolo rappresenta una efficace strategia utile a contenere l‘effetto dei cambiamenti climatici.

In tal senso tutte le pratiche agricole che salvaguardano e/o accrescono la sostanza organica del suolo, così come le tecniche di alimentazione e di allevamento che limitano i GHG derivanti dalla produzione zootecnica, rappresentano buone tecniche di mitigazione del cambiamento climatico.

Forage4Climate valuta di potere ridurre del 5% i valori medi di impronta del carbonio per la produzione di 1 kg di latte, oggi mediamente di 1,2 kg CO2 equivalenti per le vacche da latte e di 3,2 kg CO2 equivalenti per gli ovicaprini nelle aree del progetto.

L’attività di progetto

Con Forage4Climate si vuole dimostrare come l’introduzione di metodologie e strumenti di misura da applicare alla contabilizzazione delle emissioni di GHG e alla valutazione delle riserve di carbonio del suolo siano il primo passo da compiere per rendere possibile una reale e consapevole contabilizzazione del carbonio nelle aziende agricole che producono latte.

Si è partiti dal monitoraggio dei sistemi foraggeri utilizzati, che per le vacche da latte ha interessato le regioni Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna (limitatamente al comparto del Parmigiano-Reggiano). Attraverso campionamenti di terreno viene calcolato il contenuto di carbonio organico dei suoli dedicati alla foraggicoltura e dai dati aziendali rilevati è in corso il calcolo dell’impronta di carbonio del latte prodotto, mediante analisi LCA dalla culla al cancello dell’azienda.

Sulla base delle rilevazioni in azienda sono emersi i sistemi foraggeri prevalenti, raggruppati come segue:

• per la filiera del Parmigiano Reggiano, che vieta l’uso di alimenti fermentati, vengono considerati sia la produzione e l’impiego esclusivo di fieni, sia l’uso anche dell’erba verde, tradizionale nelle aree montana e dei prati stabili della pianura irrigua;

• per il sistema foraggero intensivo più diffuso e definito convenzionale, basato sulla coltivazione del mais raccolto come pianta intera alla maturazione cerosa e conservato mediante insilamento, si sono considerate delle varianti che prevedono l’introduzione della rotazione colturale e nel razionamento di: cereali autunno-vernini (da insilare o affienare); graminacee e/o leguminose da cui produrre insilati di elevata qualità nutrizionale;

• un ultimo gruppo riunisce sistemi vari non riconducibili alle altre categorie, ma interessanti ai fini del progetto.

È stata costituita una rete di aziende dimostrative, cioè casi concreti in cui vedere realizzate buone pratiche per contenere le emissioni e conservare la sostanza organica del terreno, che comprendono tecniche innovative di coltivazione, alimentazione degli animali e di produzione del latte.

I tool di contabilizzazione previsti in Forage4Climate dovranno essere in grado di valutare l’effetto dell’adozione di tali tecniche di riduzione delle emissioni e aumento del carbonio del suolo, cioè degli interventi di mitigazione.

Forage4Climate in area Parmigiano Reggiano

Nel comprensorio produttivo del formaggio Parmigiano Reggiano sono state campionate 13 aziende, di cui 7 collocate nell’area dei prati stabili, dove è usuale fornire alle vacche il foraggiamento verde quando la stagione lo permette. Per ciascuna azienda sono stati raccolti e analizzati i foraggi in uso e questo ha fornito uno spaccato di 187 campioni di foraggi che sono stati utilizzati nel 2017 nelle aziende del progetto (vedi tabella).

La mappa delle aziende che allevano vacche da latte monitorate: 47 aziende (di cui 20 dimostrative, evidenziate in giallo)

Come atteso, oltre il 50% del foraggio in uso nelle aziende proviene da medicai, ancorché in buona parte si tratti di primi tagli, che nell’area Parmigiano Reggiano, dove il diserbo dell’erba medica non è praticato, sono di fatto miscugli di graminacee spontanee ed erba medica.

La numerosità dei campioni di erba è dovuta alla consuetudine di sfalciare ed utilizzare giornalmente foraggio verde.

Il fieno di prato stabile è presente in tutte le aziende dell’area reggiana a sud della Via Emilia, mentre gli erbai specializzati da frumento foraggero e panico e misti risultano diffusi nelle aziende più grandi.

Circa il 7% dei campioni derivano da acquisti extra-aziendali a testimonianza che l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza aziendale per la parte foraggera è ancora difficile, soprattutto in annate siccitose come il 2016 ed il 2017, vista la rarità delle aziende irrigue nel comprensorio del Parmigiano Reggiano.

Dal monitoraggio emerge come gran parte della sostanza secca da foraggi aziendali derivi dai medicai, quindi la corretta gestione di questi soprassuoli ha un impatto importante sull’autosufficienza alimentare dell’azienda in termini di proteine ed energia. Concetti come, l’epoca di raccolta, la scelta varietale e la gestione agronomica del medicaio risultano ancora attuali e non sempre tenuti in debita considerazione.

Osservando la composizione dei foraggi emerge come nelle annate considerate l’erba medica dei tagli successivi al primo non abbia raggiunto livelli proteici medi elevati (17,5% sulla sostanza secca); questo aspetto è in parte imputabile a cantieri di lavoro tradizionali, non sempre efficienti per agire tempestivamente al momento della raggiungimento dello stato di maturazione voluta per una buona qualità del foraggio e spesso anche penalizzati da significative perdite in campo.

Altro aspetto non trascurabile è quello della gestione dei reflui zootecnici, spesso distribuiti anche in medicai di secondo e terzo anno, che vanno a favorire la crescita delle graminacee spontanee.

Proprio la presenza di erbai misti o specializzati (panico e frumento foraggero), gestiti generalmente su superfici arate, consente di valorizzare i reflui zootecnici, fornendo inoltre foraggi molto interessanti dal punto di vista della produzione e della qualità.

Anche se riferito ad un limitato numero campioni monitorati, emerge come gli erbai di graminacee sono buone fonti di fibra neutro detersa (NDF) (erbai misti 58,62 % su SS, panico 58,41%, frumento foraggero 58,29 %) e digeribile (digeribilità della stessa NDF a 240 ore espressa % su NDF) (erbai misti 65,82 % su NDF, panico 78,92, frumento foraggero 68,29).

Non trascurabile l’apporto di zuccheri, che nei foraggi con prevalenza di graminacee si attestano attorno al 10% della sostanza secca.

Chi lavora al progetto

Primo appuntamento con le attività dimostrative in campo del progetto Forage4Climate il 17 maggio presso l’azienda agricola Fattoria Rossi di Montecavolo di Quattro Castella (Re). Il programma dell’evento si può consultare sul sito internet citato. Saranno presentate buone tecniche per preservare e migliorare la quota di carbonio organico presente nei suoli applicabili ai sistemi foraggeri da Parmigiano Reggiano. A questo si aggiunge una valutazione dell’efficienza produttiva della mandria e del suo collegamento con le emissioni di gas climalteranti.

Partner del progetto, coordinato dal Crpa di Reggio Emilia, sono: Università di Agraria di Atene, Università degli Studi di Milano (Unimi), Università degli Studi di Sassari (Uniss), Università degli Studi di Torino (Unito)

Maggiori informazioni su forage4climate.crpa.it

 

 

tab. 1 Tipologia e composizione di 187 foraggi presenti nelle aziende monitorate in area Parmigiano Reggiano
Tipologia di foraggio Campioni Campioni Sostanza secca Proteina grezza Proteina solubile NDIP ADIP NDF ADF ADL Amido Zuccheri dNDF240 uNDF ENL
numero % % % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su s.s. % su NDF % su s.s. Kcal/kg s.s.
Erba medica primo taglio 42 22 92,31 12,31 4,46 2,54 1,52 51,71 38,67 6,80 1,43 8,17 57,20 21,65 1163
Erba medica (dal secondo taglio) 57 30 92,60 17,50 6,57 2,83 1,60 43,07 36,54 7,66 1,33 7,15 43,28 24,10 1233
Erba verde di prato polifita 42 22 21,97 14,78 4,94 3,06 1,29 44,05 28,45 4,30 1,96 10,69 77,41 10,00 1380
Erbaio misto 4 2 92,88 8,95 3,35 2,80 1,43 59,62 40,91 5,79 1,00 7,83 65,82 20,30 1111
Frumento foraggero 7 4 92,75 9,89 4,03 1,88 1,15 58,29 36,27 4,71 0,79 10,19 68,29 18,44 1174
Panico 2 1 92,03 10,68 4,22 1,47 1,00 58,41 38,85 4,81 1,54 9,58 78,92 12,31 1113
Prato stabile 33 18 92,50 10,36 3,46 2,33 1,39 54,26 36,84 5,44 1,55 9,48 66,88 18,02 1173
Fonte: Crpa.
Cosa indicano i parametri riportati nella tabella

Proteina grezza (PG) – è una stima del contenuto totale di proteina di un alimento ottenuto moltiplicando l’azoto dosato con l’analisi chimica del campione per un valore fisso di 6,25. La PG è un dato non preciso, in quanto insieme alla proteina vera viene considerato come proteico anche l’azoto di altri composti azotati, per esempio ammoniaca, urea, ma non l’azoto nitrico.

Proteina solubile – rappresentata dall’azoto non proteico (NPN), da peptidi, dalle proteine vere solubili (globuline, alcune albumine).

Proteina legata all’NDF (NDIP) – rappresenta la proteina legata alla parete cellulare. Si determina come l’ADIP sul residuo NDF

Proteina legata all’ADF (ADIP) – è la proteina non disponibile alla digestione. Fornisce una indicazione di denaturazione della proteina in un foraggio, spesso indotta dal calore perché dovuta alla formazione dei prodotti di Maillard. Si ottiene moltiplicando per 6,25 la quantità di azoto dosato nell’ADF (ADF-N).

Fibra insolubile al detergente neutro (NDF o aNDFom) – quantità di materiale che rimane dopo aver bollito un campione di alimento zootecnico in una soluzione al detergente neutro con l’aggiunta di sodio solfito: il residuo è costituito delle componenti della parete cellulare, cioè emicellulose più ADF, oltre alle quali possono rimanere tracce di amidi e proteine. La soluzione al detergente neutro non allontana efficacemente tutti gli amidi e per avere un dato di NDF corretto è bene utilizzare l’enzima alfa amilasi: il valore di fibra al detergente neutro trattata con amilasi si indica come aNDF. La fibra neutro detersa presenta un residuo di minerali, quindi è bene correggerla per le ceneri ed esprimerla sulla sostanza organica (aNDFom).

Fibra insolubile al detergente acido (ADF) – quantità di materiale che rimane dopo aver bollito un campione di alimento in una soluzione al detergente acido: il residuo è costituito principalmente da cellulosa e lignina.

Lignina (ADL) – polimero di composti fenolici che fa parte della parete cellulare. Non è un carboidrato, ma è classificato con essi nella descrizione degli alimenti zootecnici. È determinato all’analisi chimica come ADL (residuo dell’ADF al trattamento con acido solforico al 72% e corretto per le ceneri).

Fibra insolubile al detergente neutro digeribile in vitro (dNDF) – viene stimata attraverso una analisi biologica che riproduce in vitro le condizioni ruminali: la determinazione della NDF presente nel campione prima e dopo l’incubazione nel così detto “rumine artificiale” permette di valutare la degradazione avvenuta a carico dell’NDF in una determinata unità di tempo, tipicamente dopo 12, 24, 48, 240 ore di incubazione.

Fibra insolubile al detergente neutro indigerita in vitro (uNDF) – eseguita come la precedente, ma utilizzando una unità di tempo sufficiente a degradare tutta la NDF che potenzialmente è utilizzabile in rumine. La determinazione analitica che indica l’NDF indigeribile è l’NDF che rimane indigerita (undigested) dopo 240 ore di incubazione nel rumine artificiale.

Energia netta latte (ENL) – quota di energia degli alimenti che gli animali utilizzano per il mantenimento e la produzione di latte. Nel rapporto di prova è fornita l’ENL a tre livelli di mantenimento (ENL3m) calcolata secondo NRC 2001.

 

https://novagricoltura.edagricole.it/eventi/nova-agricoltura-fienagione-2018/

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