All’agricoltura non servono braccia “rubate” ma cervelli che pensano

Gilberto Santucci
L’emergenza coronavirus e il perdurante lockdown mettono in evidenza il problema di una gestione inefficace del problema manodopera in agricoltura. L’aspro confronto politico tra i fautori di soluzioni come i corridoi verdi o i voucher trascura un aspetto fondamentale. Il comparto primario è in fase di upgrade verso la versione 4.0: serve formazione e competenza. E occorre dare dignità alla quota crescente di giovani chi hanno scelto questo percorso di crescita professionale

L'emergenza Covid 19, al netto delle enormi e prioritarie conseguenze in termini di salute pubblica, sta mettendo in luce le tante contraddizioni del sistema socio-economico italiano.

 

 

E anche quelle del comparto agricolo. In queste settimane si assiste ad un dibattito che ha del surreale.

 

 

Mentre da una parte il Governo, nel rafforzare il golden power, ovvero l'esercizio di poteri speciali da parte dello Stato a tutela di asset strategici - quali quelli delle telecomunicazioni, dell'energia, della farmaceutica - inserisce tra questi anche il mondo dell'agroalimentare, dall'altra si registra spesso nell'opinione pubblica un dibattito che continua ad assimilare il settore primario, in termini di competenze e di qualificazione professionale, ad una sorta di contenitore di risulta.

Le campagne viste come "campi di rieducazione al lavoro
per percettori di reddito di cittadinanza"

Le contraddizioni non finiscono qui.

Perchè, anche se da anni non si fa altro che parlare e scrivere di agricoltura 4.0, precision farming e digital agricolture, con tutto il carico di innovazione e di specializzazione che questi termini si portano dietro, dall'altra ci si riferisce all'occupazione nei campi come ad una sorta di attività punitiva, se non addirittura di rieducazione al lavoro (vedi le proposte di utilizzo dei beneficiari del reddito di cittadinanza).

Ed ancora. Siamo tutti convinti che l'agroalimentare di qualità sia da sempre una delle punte di diamante dell'export italiano, tanto da essere oggetto di innumerevoli tentativi di imitazione (e di limitazione, attraverso i dazi), ma poi consideriamo la fonte primaria, cioè i luoghi di produzione e le persone che vi operano soltanto come bassa manovalanza o, nella migliore (?) delle ipotesi quale dei contesti romantico-bucolici dove tutto scorre senza necessità di capacità imprenditoriali vere.

Caporalato e sfruttamento, un problema irrisolto

Ci sono poi criticità irrisolte in ambito agricolo che l'emergenza ha ulteriormente accentuato. Una di queste è quella del lavoro dipendente in agricoltura. Un dibattito che dura da anni e che tiene dentro argomentazioni e temi diversi.

Ci sono le situazioni estreme e malavitose, come i fenomeni legati al caporalato e allo sfruttamento, talvolta al limite della schiavitù, di masse di disperati, normalmente stranieri. Queste, ovviamente, non hanno alcuna scusante, vanno combattute ed eradicate con gli strumenti che la politica e il sistema giudiziario hanno.

Senza redditività, non c’è equità

C’è però una questione economica che troppo spesso viene trascurata. Molte imprese agricole, pur avendo necessità di manodopera per svolgere le loro attività, non sono nelle condizioni oggettive di pagarla come dovrebbero e come vorrebbero. Un tema che, per comodo o per ignoranza, troppo a lungo è stato eluso.

Ora l’allarme che molte imprese lanciano è legato alla mancanza di manodopera, soprattutto quella straniera che le restrizioni imposte dall’emergenza Covid-19 ha bloccato nei propri Stati d’appartenenza o, peggio ancora, in qualche rifugio precario sul territorio nazionale.

Questa carenza di manodopera rischia di far saltare operazioni agronomiche, dalle semine alle raccolte, con conseguenze gravissime per le imprese coinvolte direttamente e per tutto il tessuto socio economico circostante.

Pregiudizi sui voucher

Si è inevitabilmente riaperto il dibattito sui voucher. Purtroppo si è riaperto, come sempre, viziato da pregiudizi strumentali che portano i decisori politici ad essere fuorviati. Forse sarà il caso di depennare dal vocabolario la parola voucher, proviamo ad utilizzare altri termini, sennò non se ne uscirà più.

Si dovrà far capire, almeno a chi è in buona fede, che l’agricoltura ha bisogno di strumenti flessibili per l’assunzione di manodopera, che spesso può decidere solo qualche ora prima se ne ha bisogno, per quanto ne ha bisogno e di chi ha bisogno.

Si dovrà far capire che i centri per l’impiego, nella gran parte dei casi, non sono funzionali a queste esigenze. Si dovrà far capire che certi strumenti, aggiustati, emendati, adeguatamente normati per impedirne l’abuso o l’uso improprio, sono anche a garanzia di certa offerta di manodopera.
Il tema del lavoro in agricoltura ha però tante altre letture, quali quelle già richiamate qualche riga sopra.

Bisogna che ci si renda conto che l’agricoltura non ha bisogno soltanto di generica manodopera. Le nuove agricolture hanno sempre più bisogno di personale qualificato, preparato, specializzato. C’è bisogno, anche e soprattutto nei campi, di competenze tecniche, agronomiche, di comunicazione.

Il valore della formazione e della competenza

In questi anni c’è stata una grande riscoperta degli indirizzi agrari, sia nell'istruzione superiore che nelle Università. Ci sono e ci saranno centinaia di giovani periti agrari, agrotecnici e laureati in agraria che potrebbero essere pronti a mettere a disposizione delle imprese agricole le loro competenze.

Competenze fondamentali anche a riscrivere i concetti dell'agricoltura italiana in funzione della sostenibilità ambientale ed economica.

Periti agrari, agrotecnici e laureati in agraria che però, a loro volta, hanno bisogno di confrontarsi fattivamente con le realtà imprenditoriali. Ne hanno estremo bisogno se vogliono davvero diventare dei bravi consulenti o dei bravi imprenditori agricoli.

Allora perché non mettere a frutto questa reciproca esigenza, perché non dare la possibilità a queste ragazze e a questi ragazzi di “lavorare la terra”, sfatando anche quel pregiudizio culturale che da sempre ci portiamo dietro e cioè che il lavoro dei campi sia un lavoro che tutti possono fare?

Assumere giovani diplomati e laureati

Giovani diplomati e laureati in agraria (under 30?) potrebbero essere assunti da aziende

Gilberto Santucci, Istituto d'Istruzione Superiore Ciuffelli Einaudi

agricole come operai agricoli previa presentazione di un progetto aziendale che qualifichi questo incontro di esigenze con l’obiettivo di crescita reciproca. Un incontro tra le competenze teoriche e la pratica dell’attività agricola.

L’assunzione dovrebbe essere agevolata: potrebbe essere per un periodo minimo temporale di due anni con minimo sei mesi di attività per ogni anno. La retribuzione netta che andrebbe a questa categoria di dipendenti dovrebbe essere quella prevista contrattualmente per gli addetti agricoli, mentre lo Stato potrebbe accollarsi la parte previdenziale.
Sarebbe un modo, forse, anche per rivoluzionare un comune sentire. «Studia, sennò dovrai lavorare la terra», quante volte lo abbiamo ascoltato? Quand'è che arriverà il giorno nel quale potremo ascoltare un genitore, un insegnante, un adulto dire ad un ragazzo:

«Studia, sennò non potrai mai fare l'agricoltore?»

All’agricoltura non servono braccia “rubate” ma cervelli che pensano - Ultima modifica: 2020-04-15T02:32:48+02:00 da Lorenzo Tosi

3 Commenti

  1. Troppo forte, perché troppo vero . Ti ricordi quando in una edizione di “Agriumbria comparve la U al posto della O di agricoltura. Molti gli scettici e il percorso è presto svanito ma la situazione attuale impone una ripartenza dall’agricultura e dal Terzo settore..

  2. I contadini hanno dato fiato alle trombe: governo, regolarizza gli extra-comunitari o non potremo fare i raccolti!
    Va notato che al portale Agrijob sono arrivate migliaia di domande di lavoro nei campi da parte di disoccupati italiani a seguito chiusure turismo e ristorazione – e i contadini che hanno detto? “Ci serve gente che conosce il mestiere, non possiamo prendere chiunque”.
    Sottotitoli: “preferiamo gli extracomunitari, lavorano di più e chiedono meno”.
    No, perché qualcuno deve spiegarmi che laurea ci vuole per raccogliere frutta.
    Ma di che competenze parlano?
    Se raccogli le fragole, certo devi stare attento a non rovinarle: tutto qui?
    Chiunque impara in qualche ora.
    Le competenze sono una scusa: la verità è che i contadini non vogliono gli italiani alle dipendenze perché non vogliono i sindacati tra i piedi.

    • Buongiorno gentile lettrice. Il consiglio principale che rivolgiamo a chi ci segue è sempre quello di leggere attentamente l’articolo prima di commentarlo. Il nostro autore non cade infatti nel tranello di contrapporre gruppi di lavoratori in base alla nazionalità. Anzi c’è l’esplicito invito a rivolgersi a laureati e laureandi, a diplomati e diplomandi di tutte le scuole d’agraria d’Italia. E riguardo ai riferimenti un po’ classisti contenuti nel suo commento “quanto ci vuole a raccogliere un po’ di frutta” ci permetta di farle notare che il lavoro degli altri sembra sempre facilissimo, finchè non ci si cimenta. Per rendersene conto può provare il seguente esercizio, appena si potrà derogare al vincolo del lockdown: scelga la tipologia di frutta che preferisce e provi a riempire la classica cassa agricola da raccolta da 35x52x30 – sponda 23 di dimensioni. se ci mette più di 3 minuti per riempirla allora le conviene continuare ad affidare questo lavoro essenziale per la nostra sopravvivenza ad una manodopera più esperta.

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