Il Ceta divide Confagricoltura e il ministro Centinaio

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All'Assemblea di Bruxelles della Professionale posizioni divergenti sull'accordo commerciale con il Canada. Unità di intenti invece sulla reintroduzione dei voucher. E sulla Pac fronte comune contro i tagli della proposta Hogan

Fondi europei, accordi bilaterali, ma anche voucher: l’assemblea di Confagricoltura quest’anno assume contorni internazionali e guarda all’Europa e al mondo senza tralasciare i problemi di casa nostra.

Il presidente Massimiliano Giansanti, al suo secondo anno alla guida dell’organizzazione professionale agricola, ha deciso di tenere l’assemblea a Bruxelles, in linea con l’impegno di questi mesi nella tessitura di rapporti internazionali finalizzati a riporre l’agricoltura la centro dell’economia reale, partendo dalle imprese.

Opinione condivisa dal presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, che agli imprenditori italiani presenti in Belgio ha evidenziato il ruolo dell’istituzione europea, pur ammettendone i limiti, soffermandosi sul bilancio pluriennale e la riforma della Pac: «È vero, c’è ancora troppa burocrazia, ma non dobbiamo mollare un centesimo. Le proposte della Commissione per il bilancio devono essere riviste al rialzo, compresi i fondi da destinare all’agricoltura, perché il settore ha direttamente a che fare con la sicurezza alimentare dei cittadini, con la tutela dell’ambiente e delle risorse naturali. Sono due gli obiettivi da conseguire: una Pac semplificata e un sistema più competitivo e aperto all’innovazione». Sì inoltre al Ceta con il Canada, «perché è vantaggioso per le nostre aziende e non possiamo limitarci a guardare l’interesse particolare a scapito di quello generale».

L'altolà del Ministro

Guardando alla politica interna, «sì anche ai voucher in agricoltura e nel turismo, contro il lavoro nero». La platea di Confagricoltura applaude convinta il discorso di Tajani, mentre è più tiepida nei confronti delle parole del neo ministro delle Politiche Agricole e del Turismo Gian Marco Centinaio quando interviene sul Ceta: «Non siamo degli sprovveduti, né vogliamo mandare in malora il nostro Paese, ma chiediamo delle modifiche sostanziali all'accordo di libero scambio Ue-Canada per tutelare le nostre eccellenze».

Il ministro riscuote invece consensi quando afferma che sui voucher c’è intesa anche con il ministro Luigi Di Maio e auspica il loro inserimento in decreto. Sulla Pac, Centinaio è fermo nel sostenere il no alla riduzione del budget: «L’Italia ha già pagato – ha affermato – e non possiamo permetterci di subire nuovi tagli. Diremo a Hogan che così non va bene».

«È stata di fatto prospettata una riduzione dei fondi destinati all’agricoltura italiani di poco inferiore ai 3 miliardi di euro a prezzi correnti nell’intero periodo – ha spiegato Giansanti - Per i programmi di sviluppo rurale, sempre a prezzi correnti, il taglio proposto supera il 15%. La nostra proposta è di far salire la capacità di spesa del bilancio della UE, almeno fino al livello indicato dal Parlamento Europeo”. Il commissario UE Phil Hogan, che ha chiuso il lavori di Confagricoltura alla Biblioteca Solvay di Bruxelles, ha ammesso che ci sono ancora troppo fardelli burocratici da superare, ma è ottimista: «Lavoriamo insieme per definire davvero una politica agricola più moderna e semplificata».

Il capping? «Non serve»

Dal dibattito con i parlamentari europei Paolo De Castro, Salvatore Cicu, Herbert Dorfmann e Marco Zullo è emersa la volontà di non cedere sul fronte dei tagli. «L’Europa con questa Pac avrebbe soltanto un ruolo di controllo, mentre sono positivi il sostegno accoppiato e la flessibilità – ha affermato De Castro – Vogliamo una Pac davvero comune e non demandata agli Stati. Sul capping – ha aggiunto – ricordo che Hogan è il quarto commissario che lo propone e sicuramente non ne abbiamo bisogno».

Dagli assessori regionali Edgardo Bandiera (Sicilia), Simona Caselli (Emilia Romagna), Fernanda Cecchini (Umbria), Mauro D’Acri (Calabria), Leonardo Di Gioia (Puglia) e Stefano Mai (Liguria) un appello alla semplificazione reale, ma anche una sorta di mea culpa sulla scarsa capacità delle Regioni di programmare le politiche territoriali sulla base delle indicazioni europee.

 

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