La gestione del rischio diventi patrimonio culturale degli agricoltori

gestione del rischio
Francesco Martella
La "difesa passiva" da eventi atmosferici avversi e parassiti, deve entrare a far parte delle conoscenze tecniche dell’agricoltore moderno allo stesso modo e con la stessa perizia con cui sceglie le colture, i mezzi tecnici e le macchine

«L’assistenzialismo è inutile perché non porta mai benefici di lungo termine» ha dichiarato un frutticoltore della Romagna dopo le gelate dello scorso aprile, riferendosi alle richieste del riconoscimento dello stato di calamità e quindi di aiuti in deroga alle norme vigenti. Ma è questa la strada giusta? Il ristoro dei danni da avversità atmosferiche molto spesso diventa un pannicello caldo offerto ad agricoltori disattenti o poco informati. Tant’è che non ha mai superato il 5% delle perdite effettive ed è stato erogato dopo due o tre anni dagli eventi. La gestione del rischio in agricoltura deve diventare patrimonio culturale dell’imprenditore agricolo. Gestire i rischi atmosferici e parassitari, deve entrare a far parte delle conoscenze tecniche dell’agricoltore moderno allo stesso modo e con la stessa perizia con cui sceglie le colture, i mezzi tecnici da impiegare o le macchine.

Pac e Psr mettono a disposizione del settore primario diversi strumenti di difesa passiva agevolati, come le polizze assicurative, i fondi di mutualità e gli ISTs. Inoltre, alcune Regioni con i Psr finanziano gli impianti di difesa attiva: reti antigrandine e antinsetto, impianti di irrigazione per la difesa dal gelo.

 

 

Editoriale di Terra e Vita 19/2021

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Un Paese a due velocità

Ma tutto ciò non è sufficiente se in Italia a fronte di 705.000 aziende agricole beneficiarie degli aiuti diretti Pac, quelle che si assicurano sono appena 76.000.

Inoltre, rimane irrisolto il problema delle imprese agricole del Centro-Sud che solo in piccolissima parte ricorrono a tali strumenti. Uno degli obiettivi che l’Italia si era proposta di raggiungere attraverso l’attuazione delle politica di gestione del rischio attraverso il Psr nazionale era proprio ridurre il divario Nord-Sud.

I cambiamenti climatici sono una realtà e la necessità di creare una cultura di gestione del rischio è un’esigenza impellente e non più rimandabile. Il tema è sicuramente complesso ed eventi atmosferici estremi come le gelate primaverili, lunghi periodi di siccità anche autunnali oltre a numerosi eventi piovosi estremi sempre più frequenti, lo dimostrano.

È necessario pensare a un nuovo modello per la gestione del rischio, che deve fare tesoro delle esperienze acquisite in questi anni soprattutto nell’ambito della difesa passiva, dove comunque il sistema richiede evoluzioni, dato che diverse compagnie di assicurazione dichiarano di ridurre la capacità assuntiva e importanti riassicuratori hanno abbandonato il mercato. Se da un lato si rende necessario l’aggiornamento delle proposte assicurative, che devono cogliere i fabbisogni delle imprese e delle colture praticate nel Centro-Sud, è necessario ripensare le condizioni contrattuali che devono tenere conto delle caratteristiche proprie dell’agricoltura meridionale, dove abbiamo insorgenza di rischi più precoci o dove le colture invernali sono parte importante dell’economica agricola.

Dall’altro è necessario investire in conoscenza e stimolare le imprese del Meridione e le loro strutture aggregative a un impegno propositivo rispetto all’opportunità di attivare nuovi strumenti come fondi di mutualità e ISTs per gestire alcuni rischi non gestibili con lo strumento assicurativo. Su questi strumenti il Sud è fermo al palo.

Investire in conoscenza e formazione

Per invertire la rotta è fondamentale investire in conoscenza e informazione. È necessario creare cultura diffusa di gestione dei rischio tra gli imprenditori agricoli. Magari in sinergia con i Psr, dove sono previste misure specifiche su formazione, informazione, consulenza, ecc., andando a intercettare tutte le imprese fuori dal sistema agevolato.

In parallelo a tutto ciò è necessario immaginare quali dovranno essere le varietà che costituiranno il patrimonio frutticolo delle diverse aree del Paese. È necessario capire quale dovrà essere la frutticoltura italiana tra cinque, dieci e quindici anni, tenendo conto dell’evoluzione del clima nelle diverse aree e delle sempre più frequenti gelate di inizio primavera o della carenza di acqua.

Ad esempio, per le drupacee è corretto puntare alla ricerca di nuove varietà sempre più precoci, quindi più esposte al rischio gelate tardive? Anche le strategie di miglioramento genetico hanno un ruolo fondamentale nella gestione del rischio.

La gestione del rischio diventi patrimonio culturale degli agricoltori - Ultima modifica: 2021-06-17T15:10:16+02:00 da Simone Martarello

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