Il Covid 19 e la sfida della “sostenibilità digitale”

Una Smart farm che ha risolto il problema della manodopera in un modo tecnologico e originale
L’emergenza coronavirus mette in luce alcune insostenibilità della nostra agricoltura. La più grave? La cattiva gestione del lavoro stagionale. Ma più che della mancanza di manodopera occorrerebbe preoccuparsi della carenza di competenze per cavalcare l’evoluzione tecnologica che sta caratterizzando il comparto primario mondiale. Tecnologie come cloud e IoT, Internet delle cose, sono ormai facili da implementare anche per realtà imprenditoriali medio-piccole.

L’Italia è ancora ferma per l’emergenza Covid-19, l’agricoltura no. Ma non per questo non è un settore in crisi, con difficoltà nel “ripartire” da un mercato che non è, e non potrà essere, lo stesso del pre-pandemia.


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Richieste di aiuto da parte delle associazioni di categoria sono già sul tavolo del Ministero e sono legate non solo ad un calo delle vendite legato al lockdown, ma anche alla mancanza di manodopera.

Gli operatori del comparto agricolo, però, devono interrogarsi su questa crisi, con la quale tutti i nodi sono venuti al pettine, ed evitare "che tutto cambi affinchè tutto resti come prima". Occorre esattamente il contrario: cambiare tutto affinchè nulla sia più come prima.

L’innovazione come chiave per una sostenibilità non solo ambientale, ma economica e sociale

Già adesso, secondo l’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management del Politecnico di Milano, l’agricoltura è uno dei settori a più alto tasso di vitalità in termini di innovazione, con un numero elevato di startup.

L'innovazione non è certo però solo startup, visto che diverse sono le tecnologie digitali, individuate anche dallo stesso Osservatorio, che potrebbero non solo supportare il settore ma garantire una sostenibilità che non sia solo ambientale, ma anche economica e sociale.

«Pensare all’agricoltura senza guardare alla tecnologia e al digitale –  sostiene Stefano Epifani, docente di innovazione a "La Sapienza" e presidente del Digital Transformation

Stefano Epifani

Institute - rischia di trasformare un obiettivo concreto, possibile ed importante come quello di sviluppare una agricoltura sostenibile in un'utopistica deriva orientata alla decrescita felice. Senz’altro concettualmente romantica, ma socialmente ed economicamente insostenibile».

«Sostenibilità – prosegue - è anche inclusione, ciò vuol che quando si pensano modelli ed approcci si deve pensare perché possano essere scalabili e alla portata di tutti. I modelli più radicali orientati al biologico e al biodinamico sono tutt’altro che in grado di rispondere alle esigenze di diffusione e scalabilità e non consentono di essere adottati su vasta scala: in tal senso non risolvono il problema».

«Serve invece inserire tecnologia nei campi per due motivi: in primo luogo perché più tecnologia vuol dire meno chimica (il digitale consente di ottimizzare controlli e trattamenti), in secondo luogo perché la tecnologia consente di rendere meno duro e faticoso il lavoro dei campi, favorendo la sostenibilità sociale del comparto».

Quando il cloud computing serve 65 milioni di pasti agli indigenti

In teoria tutto chiaro, ma quali sono le tecnologie per un’agricoltura sostenibile? Possiamo citare tecnologie consolidate come il cloud computing, che consente di perseguire significative ottimizzazioni della catena del valore e, se ciò viene fatto con un occhio concreto alla sostenibilità, non solo può produrre un risparmio, ma un reale abbattimento degli sprechi.

Un esempio viene da Food.Cloud, organizzazione irlandese che ha realizzato una

Mettendo in collegamento via cloud il sistema di gestione di magazzino dei grandi retailer con le esigenze delle associazioni di volontariato Food.Cloud è riuscito in Irlanda a servire 37 pasti ogni minuto, 24 ore su 24

piattaforma cloud che si interfaccia con le piattaforme di gestione delle scorte dei supermercati e intercetta i potenziali surplus di magazzino così che, su indicazione del responsabile del supermercato, tali surplus possano essere indirizzati verso le associazioni di volontariato che si occupano di assistenza agli indigenti e che sono collegate a loro volta a Food.Cloud.

I risultati raggiunti sono impressionanti: una sola organizzazione, ottimizzando i magazzini dei supermercati che hanno aderito all’iniziativa, ha distribuito 65 milioni di pasti; in pratica una media di 37 pasti ogni minuto, 24 ore su 24. Con una diffusione ormai capillare in Inghilterra e in Irlanda, ha redistribuito qualcosa come 27 mila tonnellate di alimenti, per un valore stimato di oltre 80 milioni di euro e un risparmio, in termini ambientali, di 87 mila tonnellate di CO2, andando così a insistere anche sul Goal 13 dell'Agenda 2030: adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze.

La webcam di Anna collegata con la stalla

Tecnologie come cloud e IoT, Internet delle cose, sono ormai facili da implementare anche per realtà imprenditoriali medio-piccole. Nel libro "Sostenibilità Digitale", del quale è autore lo stesso Stefano Epifani, due personaggi sono legati al mondo agricolo e ne sono una testimonianza. Nel caso del caseificio di Anna, la sensoristica di controllo delle stalle, le webcam per gli animali, il sistema di tracciamento dei prodotti, il meccanismo di fidelizzazione dei clienti richiederebbero ognuno competenze verticali di gestione e manutenzione che, se dovessero essere presenti nell’azienda di Anna, finirebbero per trasformare il suo caseificio in una vera e propria software house.

Il ricorso a sistemi cloud, invece, libera Anna di gran parte delle complessità gestionali, consentendole così di utilizzare prodotti e applicazioni che altrimenti resterebbero di dominio esclusivo di aziende molto più grandi.

Lo stesso vale per l’automazione degli impianti presenti nelle serre di Domenico, che lo sgravano di molteplici mansioni manuali lasciandogli il tempo di gestire in modo più efficiente la sua azienda.

Modelli adatti alle piccole e medie imprese

«Quando parliamo di agricoltura sostenibile – spiega Epifani - dobbiamo porre grande attenzione alla sostenibilità sociale».

«Se la tecnologia è un’alleata imprescindibile, dobbiamo comunque guardare a modelli tecnologici che siano pensati anche per le piccole e medie imprese, che spesso rischiano di essere messe alla porta della trasformazione digitale da una parte per mancanza di cultura e competenze, dall’altra perchè i modelli di sviluppo proposti si sposano molto bene per le grandi imprese, ma scalano difficilmente verso il basso, diventando di difficile applicazione per le piccole aziende, che sono la maggior parte».

«Dobbiamo guardare a soluzioni digitali pensate per le piccole aziende agricole, basate su strumenti open source e modelli che non richiedano grandi investimenti o costringano a lock-in forzati verso fornitori che rischiano di diventare gli unici ad avvantaggiarsi della digitalizzazione».

Il Terzo mondo mette la freccia

Il digitale chiama competenze. Parlare di tecnologie digitali in agricoltura significa, però, gettare uno sguardo anche alle competenze che devono essere presenti all’interno delle aziende e che ne possono costituire la nuova linfa vitale.

Non è una missione impossibile, come spesso dicono gli agricoltori, ai quali piace autoflagellarsi chiudendo ogni avvio di discussione con  i soliti commenti: "la terra è bassa", "coltivare è solo fatica e sudore" e via di questo passo. È tempo di farsene una ragione anche in Italia, perchè ormai anche in quello che era il Terzo Mondo si stanno attrezzando e si preparano a mettere la freccia.
Il progetto DigitalGreen, per esempio, attivo in India, Ghana ed Etiopia, si basa su un social network orientato alla condivisione di video finalizzati a informare i piccoli imprenditori agricoli sui loro diritti e formarli al miglioramento delle pratiche agricole attraverso un mezzo semplice e immediato come quello audiovisivo.

I video, peraltro, sono realizzati sulla base delle scelte e delle preferenze degli stessi agricoltori che partecipano alle attività del social network site. Agricoltori che possono partecipare, oltre che alle attività on-line, anche a sessioni in presenza ove, utilizzando computer portatili e proiettori, i video vengono mostrati anche a coloro che non hanno accesso alla Rete.

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Il ruolo della formazione

Rispondere alla sfida della sostenibilità digitale vuol dire guardare con grande attenzione ai percorsi di formazione degli istituti agrari e degli istituti tecnici superiori, oltre ovviamente a quelli universitari.

Per l’agricoltura sostenibile servono ingegneri, certo, ma servono anche e soprattutto periti agrari, agrotecnici ed agronomi preparati che conoscano le soluzioni tecnologiche e sappiano portarle in quelle piccole e medie imprese che non potranno mai permettersi di esternalizzare l’innovazione ad ingegneri che saranno assorbiti prevalentemente dalla grande industria di trasformazione.

Va curata la formazione dei giovani imprenditori agricoli, per far comprendere loro come oggi non possa esistere agricoltura sostenibile senza l'innovazione e la trasformazione digitale.

Il Covid 19 e la sfida della “sostenibilità digitale” - Ultima modifica: 2020-04-19T23:58:12+02:00 da Lorenzo Tosi

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