SPECIALE ENERGIA IN SERRA

Geotermia o biomassa?

La prima richiede spese di energiaelettricaaggiuntiveper riscaldare ulteriormente l’acqua della falda e garantire un’adeguata temperatura in serra. La centrale alimentata a cippato di legno, invece, non comporta costi aggiuntivi e gode di sovvenzioni statali

Energie alternative in serra: si può, anzi si deve. Se non altro perché con i prezzi attuali del gasolio e del metano, scaldare 20mila metri quadrati diventa proibitivo. Al contrario, sfruttando le fonti rinnovabili si possono abbattere i costi e, soprattutto, si può usufruire dei contributi pubblici di portata tale da diventare, talvolta, più vantaggiosi di una fonte di energia totalmente gratuita come il geotermico. Di seguito verrà presentato un confronto tra due situazioni: da una parte due aziende che sfruttano acqua calda proveniente dal sottosuolo e dall’altra una che usa energie rinnovabili, ovviamente pagando la materia prima. Due modi diversi di contenere una bolletta energetica insostenibile al punto tale che, pur di sfruttare una fonte di energia a basso costo, si accetta anche una logistica al limite dell’impraticabilità.

Acqua calda e terreno cedevole

Cominciamo proprio da quest’ultima. Siamo a Calzignano, pochi km a Sud-Ovest di Padova. Abano Terme è a due passi e questo già spiega molte cose: da queste parti, infatti, hanno la fortuna di avere un tesoro sotto i piedi: acqua a 65° in abbondanza e disponibile tutti i giorni dell’anno, 24 ore su 24. Pensare di sfruttarla per qualche processo produttivo sembra banale oggi, con la coscienza ambientale che abbiamo sviluppato. Lo era meno trent’anni fa, quando una cooperativa di floricolturi, la Euganea, impiantò una delle più grosse serre del circondario: oltre tre ha coperti, riscaldati con l’acqua del sottosuolo. L’idea era di coltivare a basso costo piante tropicali, che richiedono ovviamente temperature costanti (e gradevoli) in estate e inverno. La coop, che raggiunse livelli di eccellenza per il panorama italiano, ha chiuso i battenti sette anni fa, ma l’idea della serra resta valida e la strutttura è stata ritirata da uno dei vecchi soci, Lorenzo Bano. È lui ad accompagnarci in una visita guidata degli impianti, per la verità piuttosto compromessi. «Il nostro principale vantaggio è anche il problema principale di questo impianto. Mi riferisco alle condizioni geologiche che ci permettono di avere acqua a un costo bassissimo, praticamente con la sola spesa per la concessione statale. Quest’area – continua il floricoltore – insiste infatti sul cratere di un vulcano e il terreno è soggetto a bradisismo, ovvero all’abbassamento costante del livello del suolo, sebbene a 30 metri di profondità vi sia della buona roccia».

Il movimento del terreno non comporta rischi per le strutture, tutte palificate, ma genera comunque diversi ostacoli a una coltivazione razionale. «Il principale è l’irregolarità del pavimento: le serre sono piene di saliscendi che rendono praticamente impossibile la meccanizzazione. Poi ci sono anche vincoli colturali: il sistema del flusso e riflusso, per esempio, è impraticabile. Detto francamente, sarebbe un sito da abbandonare, se non fosse per l’acqua».

Riscaldamento

Parliamo, allora, di riscaldamento. «Qui sotto abbiamo acqua a circa 60° di temperatura. La peschiamo con un pozzo e attraverso uno scambiatore di calore la usiamo per riscaldare l’acqua che poi facciamo circolare nelle nostre strutture». Un sistema di condutture aeree porta acqua e calore in tutte le serre, distribuendolo attraverso tubi radianti. «In aggiunta abbiamo il riscaldamento basale, effettuato con un reticolo di tubi di ferro e polipropilene posti sotto ai vasi», spiega Bano, sottolineando che da quando è entrato in possesso della struttura, dopo qualche anno di gestione in affitto, ha potenziato il riscaldamento basale, considerato più efficiente di quello aereo. «Questo anche a causa del bradisismo: rispetto a quando furono costruite, le serre hanno infatti subito un abbassamento del suolo di oltre due metrii». In altre parole il volume da scaldare si è moltiplicato esponenzialmente e i tubi radianti si sono allontanati dalle piante.

«Un altro problema – continua il floricoltore padovano – è legato alla temperatura dell’acqua: buona, ma non eccezionale. Per mantenere un ambiente adatto alle piante tropicali anche nel periodo invernale, quando si va sotto zero, bisogna far circolare l’acqua di continuo, con notevole spesa elettrica». Problema in parte risolto grazie al fotovoltaico: «Abbiamo installato pannelli per 240 kW su una delle serre, ma non sono sufficienti per coprire i consumi. Ce ne vorrebbero altri 200, più o meno. Potremmo metterli, forse, ma bisogna anche considerare che la luce catturata dai pannelli non arriva alle piante e questo, da settembre a maggio, è un problema».

Sempre a Calzignano troviamo un impianto senz’altro più recente, la Florida di David Gamberoni, fondata 12 anni fa dal padre dell’attuale titolare. Anche questa azienda, che al momento produce esclusivamente orchidee Phalaenopsis, scalda 14mila metri coperti con l’acqua termale, pescata a circa 63° di temperatura. “«Fino a qualche anno fa – spiega Gamberoni – utilizzavamo un pozzo a 55° e d’inverno, nelle giornate più fredde, dovevamo intervenire con il riscaldamento tradizionale. Oggi, invece, riusciamo ad assicurare la giusta temperatura soltanto con il geotermico». Il risparmio, ovviamente, è molto elevato. «Il costo della concessione è di circa 5mila €/anno. Se dovessimo usare un riscaldamento di tipo tradizionale ne spenderemmo circa 300mila. Eppure, nonostante questo si fatica a fare bilancio in utile. Per esempio, abbiamo dovuto abbandonare quasi completamente il canale della grande distribuzione per lavorare con i dettaglianti, i soli che garantiscano ancora un margine di guadagno. Inoltre stiamo cercando colture alternative. Mi sto informando sulle fragole biologiche: prodotte fuori stagione sembrano garantire margini interessanti».

Di certo, comunque, Gamberoni continuerà a sfruttare la ricchezza del sottosuolo. «Con una serra riscaldata praticamente gratis non c’è dubbio che convenga coltivare, si tratta soltanto di trovare la coltura più remunerativa. Inoltre, consiglio a chi si dovesse rivolgere alla geotermia di informarsi sul sistema dei certificati bianchi, visto che le sovvenzioni valgono anche per il geotermico. Noi, per esempio, l’abbiamo scoperto in ritardo e abbiamo perso quasi tre anni di contributi. C’è poca informazione su questi argomenti, si rischia di commettere gravi errori e perdere soldi preziosi».

Biomasse e certificati bianchi

Il tema dei certificati bianchi, introdotto da Gamberoni, è fondamentale. Possono portare nelle casse di un’azienda centinaia di migliaia di euro e contribuire dunque in maniera determinante a fare bilanci in utile.

Lo dimostra il caso di Lorenzo Bano, che oltre a gestire le serre di Calzignano ha anche una seconda azienda, a Campodarsego, pochi km a Nord di Padova. Siamo lontani dal bacino termale euganeo e dunque niente acqua calda gratuita. Per sostenere i costi energetici, l’imprenditore ha scelto la strada delle rinnovabili, realizzando una centrale a cippato di legno che riceve sovvenzioni con il già citato metodo dei certificati bianchi. Una soluzione che fa sempre affidamento alle energie rinnovabili, ma tecnicamente ed economicamente ben diversa da quella di Calzignano: là una fonte di energia praticamente gratuita, gentilmente offerta dal pianeta Terra; qui un sistema ad alta tecnologia ma che presenta, ovviamente, dei costi: di realizzazione e poi di alimentazione. «Al riguardo, abbiamo fatto una scelta ben precisa: abbiamo preferito spendere di più per la tecnologia della centrale per poter poi risparmiare qualcosa sul combustibile. In altre parole abbiamo fatto una centrale in grado di lavorare bene anche con materiali di bassa qualità e basso prezzo, come ramaglie e scarti di vivaio o potatura». Il cippato proviene dunque dal mercato, ma grazie all’alta efficienza della centrale non è necessario che sia di prima qualità. «Certamente, usando cippato migliore saremmo più tranquilli, ma grazie alla nostra scelta possiamo contenere ulteriormente i costi».

Due soluzioni a confronto

Mettiamo allora a confronto le due soluzioni: quella a costo quasi zero, ma a basso potenziale energetico e con problemi di logistica non indifferenti, e quella più costosa, ma realizzata nella miglior collocazione possibile. «Paradossalmente, con le sovvenzioni che ci sono oggi conviene di più scaldare con la centrale a cippato che con il geotermico», decreta Bano. E la logistica, in questo giudizio, ancora non è stata presa in considerazione. «Parlando di puro costo energetico, la differenza tra i due sistemi è quasi annullata dal regime delle sovvenzioni statali, che pesano sulla bolletta di tutti gli italiani, bisogna ricordarlo, ma che per noi imprenditori sono un grosso aiuto».

Il complesso di Calzignano, pur avendo spese praticamente nulle per il riscaldamento, ha una bolletta elettrica piuttosto corposa e questo riduce il margine di convenienza. «A Campodarsego partiamo con un’acqua a 90 °C e dunque occorre muoverne molta meno per riscaldare gli ambienti. Tanto è vero che la bolletta elettrica è la metà». Ed è destinata a ridursi ulteriormente, perché stanno per partire gruppi di cogenerazione a olio vegetale che permetteranno di vendere elettricità al gestore e produrre altra acqua calda per la serra. Inoltre la centrale sfrutta un sistema di raffreddamento dei fumi che consente di recuperare 500 kW termici che altrimenti si disperderebbero nell’atmosfera. Grazie a questa soluzione Bano può permettersi di fare anche teleriscaldamento per alcune abitazioni che si trovano nei paraggi. Una tecnologia che è valsa all’impianto il premio “Nuova energia” dalla Camera di commercio di Padova.

Per concludere si può dire che le energie alternative, che siano di tipo tradizionale o più innovativo e con maggior contenuto tecnologico, rappresentano per la serra una reale possibilità di abbattere i costi energetici, anche se questo avviene, talvolta, attraverso un equilibrio economico artificiale. Come conferma Lorenzo Bano: «Con le energie rinnovabili, oggi una serra può essere energeticamente autonoma, senza alcun problema. Bisogna però dire, per onestà, che in parte quest’autosufficienza è pagata dai contribuenti».

Geotermia o biomassa? - Ultima modifica: 2013-05-07T15:32:56+02:00 da nova Agricoltura

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